Schema di decreto del Presidente della Repubblica recante regolamento concernente norme sul riordino degli istituti professionali (n. 134)

Legislatura 16º – 7ª Commissione permanente – Resoconto sommario n. 162 del 26/01/2010

La senatrice BASTICO (PD) reputa necessaria la riforma della scuola superiore, considerato l’elevato tasso di dispersione scolastica e gli insoddisfacenti risultati ottenuti dagli studenti. Tiene quindi a precisare che la sua parte politica non mostra alcuna resistenza né reticenza sul tema del riordino del secondo ciclo.

Manifesta tuttavia netta contrarietà sullo strumento giuridico prescelto, atteso che il presunto carattere epocale dei provvedimenti avrebbe quantomeno richiesto un atto legislativo e non un intervento regolamentare, come peraltro segnalato dal Consiglio di Stato. Puntualizza infatti che le norme generali sull’istruzione di competenza statale devono rivestire la forma della legge, mentre i poteri regolamentari sono di tipo attuativo.

Sarebbe stato inoltre a suo avviso opportuno un maggiore approfondimento sul piano istituzionale e parlamentare, considerata la rilevanza del tema trattato. Ritiene invece che l’Esecutivo abbia volutamente fatto decorrere del tempo senza comunque avviare un dialogo con gli operatori del settore; ricorda infatti che nel 2008 la riorganizzazione del secondo ciclo fu rinviata di un anno data la ristrettezza dei tempi, ma la posticipazione non è stata impiegata utilmente sicché quest’anno ci si ritrova nella medesima compressione di tempi, tale da suggerire un ulteriore rinvio.

Giudica indi assai negativamente il differimento a marzo delle iscrizioni, in quanto esso mette a serio rischio l’avvio dell’anno scolastico. Ciò testimonia a suo avviso il disinteresse per gli aspetti organizzativi, che rappresentano il momento centrale della scuola, a favore di obiettivi di tipo politico. In particolare, ritiene che il riordino discenda direttamente dall’articolo 64 del decreto-legge n. 112 e dai prescritti tagli di docenti, attuati dapprima a scapito del primo ciclo e poi a danno del secondo ciclo.

Reputa inoltre un’aberrazione l’applicazione anche alle seconde classi del riordino e considera un’anomalia inaccettabile la riduzione di orario per gli istituti tecnici e professionali anche per il terzo e il quarto anno, pur mantenendo lo stesso ordinamento.

Censura quindi la sottovalutazione delle conseguenze derivanti dall’innalzamento dell’obbligo di istruzione, che attribuisce necessariamente una diversa natura al primo biennio del secondo ciclo. Quest’ultimo infatti deve avere anzitutto finalità orientative e propedeutiche per la scelta successiva, con la possibilità di un cambiamento del percorso prescelto in un’ottica di orizzontalità e unitarietà concettuale. Prescindere da ciò significa a suo avviso ignorare l’obbligo di istruzione, senza tener conto peraltro delle misure introdotte nella legge finanziaria 2007 in ordine all’accreditamento dei soggetti della formazione professionale. In proposito, rammenta che nella scorsa legislatura si dispose la creazione di un albo nazionale degli organismi in grado di consentire l’espletamento dell’obbligo, ancorato a parametri di qualità di cui non si tiene più conto. Rinnova perciò le critiche alla disposizione approvata alla Camera che in sostanza abolisce completamente l’innalzamento dell’obbligo di istruzione, tanto più che l’apprendistato è un vero e proprio contratto di lavoro. Ravvisa peraltro il contrasto tra dette misure e le norme della legge finanziaria 2007 relative all’innalzamento a 16 anni dell’età minima di ingresso al lavoro, ritenendo assai grave che l’Italia si ponga in una situazione nettamente diversa rispetto ad altri Paesi.

Si sofferma altresì sull’esigenza di modificare le modalità di insegnamento a partire dal rapporto tra docente e discente, favorendo tra l’altro il protagonismo dei ragazzi, le ore di laboratorio e l’uso di strumenti informatici per impostare una didattica innovativa. I provvedimenti in titolo riducono invece drasticamente le ore di laboratorio e le compresenze tra docenti e tecnici, negando la natura stessa degli indirizzi previsti.

Richiamandosi nuovamente ai pareri del Consiglio di Stato, pone in luce la compressione dell’autonomia scolastica. Al riguardo pur dichiarandosi favorevole all’organizzazione in dipartimenti, purché essa non sia sostitutiva del collegio dei docenti, ritiene che ciò non possa essere imposto a livello nazionale, scavalcando le competenze regionali e quelle autonome delle scuole. Analoghe critiche indirizza sull’autonoma definizione delle discipline, che non tiene conto dell’articolazione di competenze.

Con particolare riferimento ai licei, deplora il ritorno alla cosiddetta “riforma Gentile” che peraltro azzera tutte le sperimentazioni per le quali riconosce comunque la necessità di una razionalizzazione. Si interroga dunque sulle ragioni che animano l’ostinazione del Governo ad un pericoloso ritorno al passato, che avviene in spregio ai mutamenti avvenuti nelle stesse finalità della scuola.

Esprime comunque apprezzamento per il mantenimento della commissione De Toni sugli istituti tecnici, le cui conclusioni sono però state stravolte dalle restrizioni previste nel riordino tra cui anzitutto la riduzione a 32 ore e la previsione delle cattedre di 18 ore, che finiscono inevitabilmente per penalizzare i laboratori e le materie scientifiche.

Avviandosi alla conclusione, sollecita un chiarimento circa il rapporto tra l’istruzione professionale e la formazione regionale, lamentando che i provvedimenti ignorino totalmente il Titolo V della Costituzione in base al quale – ribadisce – le norme generali spettano allo Stato mentre la programmazione dell’offerta formativa e l’organizzazione sono compito delle Regioni.

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